Diario Magiaro della Combricola

Diario Magiaro della Combricola

Giovedì 4 ottobre 2019 – ore 4.30 (o 4.20? Bo)

Come da tradizione, ‘s parte prèst a la matina, destinazione Malpensa, Terminal Uan. Da film iperrealista russo la scena del maestro che arriva in una piazza Mazzoleni deserta e brumosa allorché il pullman Combricolo se n’è già andato da 10 minuti per diffusione di informazioni contrastanti. Telefonata sorniona del fratello “ma tu vieni?”. Rosario di santi superni. Si recupera però subitamente ritardo, dato che la lungimiranza degli abili organizzatori ha previsto 1 ora 1 per il tragitto piazza Mazzoleni – Clanezzo onde raccogliere i coristi sparsi per l’Imagna. Ottocentesche ed eleganti tempistiche da calesse.

Malpensa ci accoglie con la sua brillante alba al kerosene, il Resegone che fa da sfondo dal suo lato sbagliato, abili giochi pelvici nel mollar cinture al check-in.

Quando ‘s bìf?

Si decolla.

ore 10 (o giù di lì)

Siamo a Budapest, in terra Magiara. Il cielo è grigio e da giacca a vento ma la guida ci racconta che fino a ieri c’erano 25 gradi. Che culo.

Saliamo su un autobus di quelli belli che guidava lo zio Nando 30 anni fa; l’autista ha una discreta confidenza con le marce alte mentre deve avere avuto un trauma infantile con quelle basse, per cui nelle fasi lente si assiste ad un interessante effetto Jacuzzi. 

La guida è bravissima, ci racconta di Buda e di Pest, di come qui una volta erano tutti campi, di come non farsi fottere al cambio con il fiorino, di come le case grazie al compagno Stalin le costruivano modello lego. Poi ci porta alla Piazza degli Eroi e noi si canta sotto un blizzard che ti soffia via il suono appena esce di bocca. 

Ma quando ‘s bìf? Ecco, finalmente si va a buttar giù birra e goulasch nell’ottima cantina Kaltenberg Sörház & Étterem dove con la pigarelliana “Doman l’è festa” attiriamo l’attenzione di un emiro arabo e signora che ci invitano prontamente nella loro terra per un concerto. Magari d’inverno. Poi via a veder la città vecchia di Buda, sul colle, i ponti, il parlamento, la chiesa di Mattia. Ho il terrore che la guida faccia la sorniona con la solita battuta da ciùla “un po’ come Bergamo, de hùra e de hóta”, senza contare che noi, eccezion fatta per i claniacensi e ol Vitorio in particolare, quell’h aspirata non l’abbiamo mai avuta; noi abbiamo delle s talmente affilate che se le prendi in pieno ti fanno alla julienne in tre nanosecondi. 

Al volgere del vespro si va a cena da Gulyás Étterem, al che penso due osterie, due nomi uguali, minchia che fantasia sti budapesti; poi mi sorge un leggero dubbio, vuoi vedere che Étterem significhi proprio “ristorante”? È così che imparo la mia prima parola di questa tanto ostica favella. Atognimodo (cit. Pino), capitasse, da Gulyás Étterem fate attenzione agli eterni ritorni di nietschkeana memoria, ché potreste ritrovarvi lo stesso dessert che abbiamo trovato noi già sul tavolo al nostro arrivo. Lasciato intonso, a parte qualche temeraria eccezione. Il resto è pollo, come sarà per i giorni a venire.

Dopo cena, così sul marciapiede, evochiamo lo spirito del Dionisi e buttiamo lì una “La si taglia i biondi capelli” un po’ acerba ancora, e ce ne andiamo sul Danubio a prendere il fresco. 

Venerdì 5 ottobre

Dopo la notte da rockstar al Grand Hotel Verdi (non si segnalano tuttavia camere sfasciate) e una mattinata libera su e giù per Pest, tram e metro di classica memoria, un pranzo con un goulash di fuoco, si prende il pullman alla volta di Pápa. La campagna Ungherese è un misto di interesse e monotonia che mi fa subito pensare alla meravigliosa micropolifonia del grande Ligeti, che pare nell’atto di comporre si addormentasse già alla stesura dell’armatura di chiave. Arriviamo a Pápa a metà pomeriggio e i nostri ospiti del Pápa Város Bárdos Lajos Vegyeskara ci fanno una squisitissima accoglienza che sinceramente commuove. Così sui due piedi, trattenendo i singhiozzi, intoniamo un Oi dela Valdimagna che fa venir giù la sala del popolo. Dopodiché, ‘s bìf e siamo tutti a nostro agio all’istante.

Via poi in albergo a darci una sistemata. Alle 18 ce ne andiamo nello splendido Református Ótemplobamban, non prima di aver recuperato il Patrizio che da vera rockstar si è dato all’idromassaggio in compagnia di un jack daniel’s. 

La chiesa riformata è un edificio di una fantastica affinità con il nostro spirito, tant’è che si entra da un bar. L’acustica è ottima. Introdotti da tre brani dei bravissimi coristi ungheresi (avercene qui da noi cori misti così amalgamati!) facciamo pure noi un gran concerto, di quelli che scaldano il cuore, sia per chi canta che per chi ascolta. La scaletta è tutta di Greatest Hits, tipo cofanetto Deluxe, tant’è che, probabilmente sbronzo, il maestro ci infila dentro pure un insopport… insospettabile Signore delle cime che adesso bòna per i prossimi 100 anni, ma che strappa diverse lacrime alle coriste magiare in ascolto. La Gratacornia del Monzio Compagnoni riarrangiata alla Manini, cantata mefistofelicamente al buio, conquista la pancia ungherese.

Via poi a far fuori l’ennesimo pollo e a chiudere in gloria la giornata.

Sabato 6 ottobre. Sveglia di buon mattino, colazione iperproteica e via alla scoperta del Balaton, una pozza gigantesca che puoi attraversare a piedi. Il tempo fa molto Ungheria, almeno nel nostro immaginario autunnale delle terre dell’est, cioè grigio con sfumature ormai prossime all’arancio giallo rosso; praticamente come essere a Brumano. Katalin, la nostra amabile guida dagli occhi azzurri che parla un italiano liscio liscio come le acque del lago, e lo parla meglio di molti italiani, tra l’altro, ci porta alla scoperta di un’abbazia a picco sulle acque. Noi si canta in abbazia e nelle cantine dell’abbazia. Tra una cantata e una bevuta, una bevuta e una cantata, nasce la scommessa tra il Gianni e il Patrizio. I termini sono che quest’ultimo deve tuffarsi nelle acque gelate del lago a fronte di un litro di bianco magiaro offerto dal primo. Pena l’inverso. Con piglio risoluto, il claniacense si denuda e impavido si getta nell’abbraccio delle acque lacustri; se ne esce solo dopo sospetto avvicinamento di cigni arrapati che non vedono cigna dai mesi primaverili. Il Gianni mette mano alla sua riserva di fiorini e paga cavallerescamente pegno. Si rientra a Pápa per il desco a base di sanguinaccio e barbabietola, breve pausa, e nuovo concerto, con altri 5 cori ungheresi, mirabili per pulizia di suono ed amalgama. Ancora una volta, noi onoriamo la terra d’Imagna mietendo applausi. La mattanza arriva però solo a sera inoltrata, quando con tutti i cori ci raduniamo nelle scuole locali per una pantagruelica cena offerta dai nostri ospiti. Ancora pollo come se piovesse! La serata si conclude non a cantate come avviene alle nostre latitudini, ma in un sabba dionisiaco di balli sfrenati, su musiche decisamente âgée, machissenefrega, rusteghi ci muoviamo a corpo sciolto assecondando gli inviti delle muse ungheresi. Chiudiamo noi ovviamente il locale e buonanotte ebefrenica.

Domenica 7 ottobre. Non ancora placati i fumi euforici della sera precedente le nostre amabili guide ci portano prima in visita alla corte degli Esterházy, che qui ebbero sontuosa magione, e poi sulla collina di Somló, un foruncolo vulcanico attorno al quale s’assiepano vitigni di tutto rispetto, che abbiamo onorato a dovere. Pranzo che i nostri ospiti ci offrono in una cantina locale a suon di goulasch. Il commiato è commosso, con la promessa di un presto arrivederci. Ancora una cantata, una Belle rose intonata su una triade men che diminuita, a quarti di tono (si, insomma stonata, capita) ma bisognava pur onorare anche il buon Bartók nella sua terra. E via verso Vienna, dove ci aspetta tutta gente molto incazzata, come il simpatico (no) chekinista, code, cinture di nuovo slacciate, quando ‘s bif? poi, non vuoi fargliela su una cantata, che ormai fa figo per i cori cantare in aeroporto? Dai, taca Gran Dio del cielo, con la voce dell’annuncio sotto, che così il classico pigarelliano viene quasi rappato; vadavialciap l’annuncio, che ci ha rovinato la performance e anche stavolta non finiremo sull’Eco osti; annuncio poi di cosa? Un ritardo, bòna. Si parte tra un’ora. A Malpensa ci accoglie una pioggia ottobrina. Che poi ormai siamo davvero stanchi, e pure davvero soddisfatti, e davvero grati, alla terra magiara, al Pápa Város Bárdos Lajos Vegyeskara, a Katalin, al Balaton, ai polli in tutte le loro declinazioni e al goulasch. Tra i fumi onirici del rientro in pullman, nelle varie tappe di congedo, si riesce ancora a cogliere un finale: “Grazie de töt! Giöedé al próe!”.

FM